Antologia critica di Mostre personali - Mario Nanni - Ragione Eclettica

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Antologia critica di Mostre personali

Vittoria Coen


Mario Nanni è, dunque, ancora fedele alle capricciose parabole terrestri-stellari che segnano ed accompagnano, e che inseguono le possibilità del tutto soggettive di un itinerario fantastico. Fantastico, ma non irreale, perché molti degli elementi che s’intrecciano nelle sue planimetrie hanno la concretezza delle linee e dei punti di una topografia che, in parte, è già stata scritta. Quello che definirei, seppure con qualche audacia, il paesaggio di Nanni, appare assillato da una frenesia del movimento, di rottura e di capovolgimento e, formalmente, anche di ibridazione di categorie. Il dinamismo fa soccombere qualsiasi tentativo di letture puntualmente analitiche. Un mondo visto un po’ dall’alto, come era stato per le
Geografie dell’attenzionenegli anni ’70. certo osservando una fotografia di Nanni davanti alla sua opera di allora, lo si supporrebbe appena atterrato da una mirabolante avventura nello spazio, tradotta fedelmente in linee e misure e resa più acutamente leggibile, quasi didatticamente, dalle cromie nettamente definite.

C’è sempre stata in Nanni una disinvolta fedeltà soltanto a se stesso. Catalogarlo in una tendenza unica non ha mai avuto molto senso, anche quando l’esperienza informale poteva sembrare l’unica soluzione e l’unica risposta della ricerca, e rallegra oggi questa riconfermata voglia di agitare la mappa delle esperienze psicologiche ed artistiche vissute senza rinnegare niente. Sperimentatore mai stanco, l’artista ha creduto al senso della materia e delle strutture senza diventare soltanto scultore tout court e senza entrare interamente in canoni di stretta osservanza strutturalistica. Entro le indiscutibili strutture si è fermato ad osservare sottigliezze invisibili per uno sguardo superficiale ed ha individuato una micrologia che, nelle esplosioni, nell’evento catastrofico, rivela un senso della vita che si riafferma comunque.

Negli anni ’80, ad esempio, appaiono le
Stratificazioni e le Solidificazioni, monumentali totem, ruvidi, aggrediti da ferite profonde. Noi sappiamo che lo studio dell’artista aveva subito un grave incendio, ma guardiamo a quelle ferite come ad un intervento provvidenziale, che ha regalato alle opere ancora un altro fascino, perfettamente in armonia, del resto, con la propensione dell’artista ad intrecciare l’elemento scultorio con quello pittorico e, in questo caso, a concedersi l’eccitazione del colore. Così questo modificarsi dei materiali e delle forme diventa la Traccia dell’esistente (1990), che ha a sua volta, in un caso, la sfuggevolezza e l’imprevedibilità dei Nuclei degli anni ’50 e, altrove, l’autorevolezza di una presenza incancellabile.

Nanni rivendica costantemente a se stesso un’unità d’ispirazione sottesa sempre alle variazioni e alle diramazioni che la sua vita d’artista ha generato. La stessa ricca presenza di elementi cromatici nelle opere tridimensionali ne è una prova: la fisicità, mai rinnegata né sublimata, non si sostituisce, non si sovrappone ad uno spirito che, malgrado tutto, non rifiuta il versante, certo non sistematico ed integralista, delle esperienze emotive individuali.

Consumato ormai il tempo delle appartenenze ortodosse, questo tempo presente ci restituisce, a quanto pare, la giusta distanza. Possiamo, perciò, senza timore, tener presenti, nella storia artistica di Mario Nanni, gli elementi tematici, senza rinchiuderci nella gabbia dell’osservanza cronologica, senza che appaiano disarmonie, purché si consideri il tracciato che è tanto autonomo da consentire molto di più delle consuete ibridazioni e slittamenti. In una questione che da un pezzo non viene considerata problematica, il rapporto pittorico entra in un territorio che non sembrerebbe appartenerle, quello scultorio, il colore nella materia che fa da collante legittima l’incontro azzerando gli scrupoli dell’eterogeneità. La pittura non smette mai di fare i conti con la materia, ma, in certi casi, in particolare, come le
Solidificazioni e le Stratificazioni, ne ricava speciale palpabilità e sapore.

Di pittura ce n’è sempre stata molta, in Nanni. Nelle
Mappe, negli ambienti, nelle installazioni, su legno, su parete, su pavimenti di alluminio (dopo i primi trent’anni in cui prevale l’uso delle tele e della tavola) con l’uso della tecnica mista, dopo l’olio, mentre l’artista va allontanandosi dalla formazione stilistica degli esordi. Nei Nudi, nelle Figure, di fronte all’estrema rarefazione senza ritorno dell’Informale, l’elemento materico, non solo quello gestuale che naturalmente l’artista condivideva con molti altri, non è mai assente. Intanto le “cose”, gli oggetti, le macchine, ancora dichiarano che è possibile, anzi, urgente, un rapporto fra struttura e colore che non sacrifichi l’uno o l’altro.

Già negli anni ’60 Nanni aveva pensato alle macchine, prima di affrontare un meccanomorfismo. Ma così come nell’uso di certi strumenti lessicali si vede una certa reticenza che lo trattiene dal darsi interamente, così la presa di distanza dall’ubriacatura scientista fa parte della sua stessa natura.

Quando, ad un certo momento, si è preferito parlare di oggetto, piuttosto che di materia, non poteva non essere chiaro che l’oggetto deve pur sempre sottostare ad interventi di manipolazione, a tecniche di approccio. Anche nel percorso di Mario Nanni verso il meccanomorfismo non si sfuggirà alla verifica della distanza, argomento indistruttibile di dibattito, del quale ancora si discute per la Pop Art e per altri movimenti, quando si teorizza sul dilemma adesione-distacco dell’artista [...].

Sorprendenti picchi di energia sorreggono l’attività di Mario Nanni, di esuberanza ed umanità, che animano la fisicità delle sculture e l’impatto diretto della tridimensionalità.

Naturalmente sappiamo tutti da tempo, quanto siano superate le definizioni tradizionali di dipinto e scultura. L’invasione dello spazio non è un fatto di ieri, è stata la risposta all’esigenza di autosufficienza dell’opera, che vuole vivere libera da contorni chiusi. E non sembra esservi contraddizione fra questa presenza importante nello spazio e il perdurare dell’attenzione, della cura, per elementi che appartengono di diritto, che sono di casa, per così dire, nella pittura.

La fisicità, insomma, e quel tanto di materialità che troviamo in buona parte della produzione degli ultimi decenni , talvolta addirittura come fattore prevalente, non si sottrae al confronto dei significati e degli strumenti estetici peculiari, in una dialettica compositiva che evita gli scogli del “tutto o nulla”, e difende uno spazio mentale e concettuale proprio, fino ad includere repertori formali e soluzioni linguistiche da leggersi come lessico attuale ed individuale.

Dalla presentazione della mostra personale "I giochi della metamorfosi", alla Galleria Maggiore, Bologna, 2004.

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