Antologia critica di Mostre personali - Mario Nanni - Ragione Eclettica

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Antologia critica di Mostre personali

Silvia Pegoraro

Lo spirito d’avventura non è mai mancato a Mario Nanni, nell’attraversare le fasi più importanti dell’arte italiana, dal secondo dopoguerra ad oggi. Il suo incessante lavoro di elaborazione ha sempre orientato la sua attività nel senso di una ricerca totale che abbraccia tutti i campi della conoscenza, e in cui l’arte non è separata dalla scienza, ma opera nella sfera della non-distinzione dei campi del sapere. Ciò che è importante è l’atto, il fare: come danza, come dramma delle trasformazioni, delle attese, delle riprese, delle cancellazioni, l’opera è il suo farsi, è la composizione.

Un’avventura artistica, quella di Nanni, articolata in più percorsi, tra i quali se ne è qui scelto uno particolare: quello
materico-esistenziale tutto giocato sul filo teso tra la libertà del gesto che attiva la germinazione in-finita della materia e la pulsione verso la limpidezza di un eidos, la musicalità ritmata di un ordine geometrico. Un senso profondo, vivo e totale dello spazio, poi, ha portato la passione di Nanni per il medium pittorico a farsi corpo, espandendosi nella terza dimensione. […]

Nei primi anni Novanta, Nanni approfondisce la ricerca di una pittoricità tridimensionale del tutto estranea al pittoricismo, ricca di suggestioni emotive ma anche di lucida progettualità operativa. Cade definitivamente il senso della realtà intesa come separazione tra pensiero e corpo, tra la leggerezza dell’astrazione e i pesanti nodi della materia. Nanni comincia a usare i supporti di
plexiglass perché la materia pittorica si vesta di un corpo sottile e fantasmatico, un corpo di luce che ne abolisca il peso. La luce può così bagnare e avvolgere tutto, dissolvendosi e scivolando dal limite del finito all’infinito, facendo sentire “opera” lo spazio in cui si muovono tutti i corpi: la parete, l’ambiente, la stanza, il paesaggio, il mondo. Dalla pittura, con la tela come schermo e matrice di pura immaginazione, alla “abitabilità” della scultura, lo spazio come luogo dei corpi, poi di nuovo alla pittura, come estrema possibilità della materia di essere luce pur restando materia. Anche le installazioni di grandi bassorilievi che recuperano la forma simbolica della spirale, che costellano le pareti spingendosi sempre più in alto, suggeriscono una viva tensione utopica verso il mito della materia senza peso, la materia come apertura assoluta verso l’infinito, come energia che si rinnova perennemente, energia del pensiero.

Il “segno della materia nello spazio” è dunque il luogo della            produzione-trasformazione del senso. Nella fase embrionale dell’opera, l’artista è condizionato dalla materia che impiega. La reciprocità dialettica tra materia e forma orienta quel lento itinerario alla ricerca di un sistema necessario che inquadri l’opera all’interno di una precisa economia poetica: un segno si ripete, ritorna come un’ossessione. L’opera conserva il proprio segreto, un residuo segnico che si sottrae a ogni interpretazione.

Dalla presentazione della mostra antologica Stanze - il segno della materia nello spazio alla Loggetta Lombardesca, Ravenna, 19 gennaio-2 marzo 1997.

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