Antologia critica di Mostre personali - Mario Nanni - Ragione Eclettica

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Antologia critica di Mostre personali

Marisa Vescovo


[…] Questo “ambiente” è segnato da un diaframma (uno schermo-filtro di plexiglas), filtro tra la realtà primaria che sta al di qua e la realtà prodotta: l’immagine (evento) che sta al di là. Ma esiste un varco (porta-spiraglio-fessura) da cui passare […]. Il vetro-filtro separa illusoriamente le “parti”: “dentro” uno spazio che si presenta come un’agglutinazione-flusso di segmenti-traccia-oggetto (non sarebbe impreciso definire tutto questo un “discorso” di segni) che creano una processualità permanente […]. “Fuori” vi è lo spazio reale, sensoriale, ma anche l’immagine dell’ “altro” spazio che aggalla sul vetro-schermo. […]

Assistiamo ad un concatenamento frammentario di unità segniche, di per sé autonome ma interscambiabili, che si conquistano un significato globalizzante diventando simbolo di una possibilità di trasformazione collettiva.[…]

C’è in questo lavoro di Nanni un dinamismo rizomatico, una significazione – che non si identifica solo con i materiali, ma con i criteri informativi dell’intera costruzione – all’interno dei quali il segno diventa una “funzione” dentro la successione degli eventi. Lo spettatore cosciente della propria azione si riconosce “citazione” da un altro contesto: quello della realtà del “fuori”, dell’urbano, del sociale, ma si riconosce anche in grado di trasformare, con l’immaginazione, un tracciato fisico in un tracciato-intreccio psicologico […]. Lo spazio diventa dunque il luogo di una non-cancellazione: non-cancellazione del lavoro all’interno delle forme componenti, il loro non-annullamento nell’opera, nelle cose, nelle immagini che si danno non conchiuse o perfette ma in processo. […]

Potremmo dire che Nanni mette in moto un’operazione di coinvolgimento di natura totalizzante a livello percettivo e psicologico, ma di matrice culturale materialista. Questo linguaggio può infatti oggi porsi come possibile modello di rottura dei quadri di riferimento abituali, innestando procedimenti di spiazzamento e di deterritorializzazione fuori da ogni istanza centralizzatrice. Infatti con un simile lavoro si possono ottenere due tipi di reazioni psicoemotive. Da una parte stanno coloro che per ragioni esistenziali e sociali si identificano con l’opera e la vivono come momento di piena perdita di stabilità nel labirinto di uno spazio che non è “altro” dalla realtà: vita e morte, vuoto e pieno, coscienza e ragione, e non trovando simmetrie rassicuranti ne fuggono. Dall’altra stanno coloro che potremmo definire “sani” e che non si identificano con l’opera, quindi ne assumono gli aspetti di divertimento, di ritorno alle strutture del gioco dell’infanzia, una felicità ritrovata, e allora dalla fuga si passa al “ritorno” come recupero del rimosso, un’ansia del ritorno.[…] Nanni vuole operare in una dimensione non soltanto concettuale, ma di “trasmutazione”, di sospensione dei significati “certi”, dei comportamenti sotterranei e degli stati emotivi.[…]

Dalla presentazione
I concatenamenti di Mario Nanni, catalogo della mostra personale alla Galleria Nuova 13, Alessandria, ottobre-novembre 1978.

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