Antologia critica di Mostre personali - Mario Nanni - Ragione Eclettica

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Antologia critica di Mostre personali

Marilena Pasquali

[…] Occupiamoci dunque di quel momento nella seconda metà degli anni Cinquanta che vede la nascita del nutrito gruppo di
bassorilievi segnati da un intenso sapore informale[…]capitolo pressoché inedito nel lavoro di Nanni […].

Nel considerarli tutti insieme […] appare evidente come questi bassorilievi rappresentino lo specchio sensibile di un momento di grande fervore: non vi è tanto il senso della struttura, il vincolo rigoroso della razionalità, quanto il concretare “ciò che ditta dentro”, dare corpo ad esigenze d’immagine nella forma più prossima a come l’artista le ha in sé avvertite. […]

La “necessità” del problema che egli deve affrontare si riconosce anche nel fatto che, in poco più di due anni, circa una ventina di pezzi entrano a far parte della serie di affioramenti-scultura, giocati su impasti caldi, ricchi di umori e di colori organici. […]

Ora per la prima volta Nanni tenta l’uscita dal quadro: in senso aggettante, con protuberanze, scavi, tracciati doppi uno sull’altro; come estroflessioni di materia – e sono le opere più mature, intorno al
1958-‘59 – che paiono esplorare lo spazio attorno al supporto tradizionale per prenderne a poco a poco possesso.

[…] Si è parlato tanto di “
figurabilità” per le opere di Nanni attorno al 1959, cioè di una rinnovata “possibilità di relazione” con il mondo circostante. Ecco, nei bassorilievi è forse avvertibile l’attimo di transizione in cui le larve riescono a liberarsi dall’indistinto e ridiventano protagoniste.

Non si tratta di racconti, né di fatti della memoria, né di fughe in avanti: Sono brani del presente, frammenti fermati per via di suggestione […].

Osservando i bassorilievi uno dopo l’altro, si può cogliere il progressivo trasformarsi dell’immagine: dai lavori iniziali del ciclo – lastre “morbide” su cui scorrono fremiti di materia […] - ad opere più corrugate e corrose, quasi ribollenti; dall’alzarsi dei primi filamenti che brancolano nello spazio alla definizione di forme-oggetto dotate ormai di compiuta individualità, fino al momento di ritrovato, maggiore distacco nei tracciati ascensionali del 1959. […]

Un’ultima considerazione sul rapporto fra queste sculture e gli ambienti che Nanni concepisce e realizza a partire dal 1968. Forse qui si possono evidenziare analogie più puntuali, quasi che l’artista abbia saputo trasformare, in una metamorfosi che amplia i confini del pensiero e dell’azione, una singolare immagine in uno spazio percorribile pur mantenendone le caratteristiche essenziali. Penso soprattutto ai ritmi circolari, ininterrotti de
I giochi del malessere e di Amore mio, quelle molle-catene-anelle oppure quei tracciati zigzaganti ed ossessivi, vere e proprie tele di ragno che attirano, avvolgono ed imprigionano.

Come nei bassorilievi e sia pure in forme più dilatate, anche qui l’artista mette alla prova il suo precario equilibrio fra spinte di opposta natura: fra il desiderio di “andare al di là”, seguendo le piste della mente, e un sofferto senso del limite pur necessario a chi non vuole smarrirsi oltre orizzonti senza ritorno.

Da: Scultura come esperienza, nel catalogo della mostra antologica alla Galleria d’Arte Moderna GAM, Bologna, 19 gennaio-28 febbraio 1985.

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