Antologia critica di Mostre personali - Mario Nanni - Ragione Eclettica

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Antologia critica di Mostre personali

Lara Vinca Pasini


I problemi che il lavoro attuale di Mario Nanni sollecita si possono ricondurre su due binari: quello dall’analisi storico-critica del “segno” e quello dell’oggettualizzazione dell’opera dell’artista.

Con questo non si vuole affatto pretendere, sia chiaro, di ricondurre il suo tipo di operazione dentro un filone specifico di tendenza. Nanni ha sempre reagito secondo una sua individualità critico-artistica nei confronti del clima artistico-culturale in cui è direttamente e responsabilmente calato, riuscendo, anzi, a far scattare una sua risposta esatta, netta, concreta, ad ogni proposta […].

Dall’
Informale all’assunzione diretta del dinamismo macchinistico, boccioniano, fino ad uscire dalla bidimensionalità del quadro, a “provare” nello spazio reale la struttura razionale del suo discorso […]. Seguiva una sorta di sperimentazione del “segno-percorso” condotta sul territorio reale (una lunghissima striscia di materiale plastico colorato che correva lungo tutto il paese di Anfo […]).

Il “
segno-arabesco”, sempre svolto su elementi razionali esatti (il cerchio di anelli metallici di vario diametro), veniva, intanto, occupando lo spazio, e vi operava come su un piano, creando un intrico quasi gestuale, sempre trasferito in una prospettiva ottica elastica, per avvicinamenti e distanziamenti […].

Ad “
Amore mio”, a Montepulciano, i due elementi (il territorio trasferito emblematicamente, miniaturizzato, in scala, sulla mappa – una mappa tutta inventata e trasposta - ed il segno dinamico della molla che raccordava, nello spazio-ambiente, i “punti nodali” di un “itinerario del cuore”), si confrontavano vicendevolmente.

Da questo momento […]
le mappe […] si moltiplicavano, si combinavano, si articolavano lungo le pareti, esse stesse elemento-segno di un percorso, si avvolgevano a formare colonne, mentre in ciascuna la dinamica dei piani sfalsati, slittati, contrapposti, si riportava ad una dimensione mentale analitica […]. La plastificazione delle superfici, distanziando e raffreddando il rapporto col “segno” grafico, manuale, accentuava la volontà di oggettivazione […].

Oggi il percorso ha subito una contrazione significativa; mentre la mappa ha perso ogni riferimento simbolico, riducendosi ad un “campo” aperto all’analisi sperimentale, un campo monocromo, in cui il “segno” (razionale, intenzionalmente non gestuale) ritrova, nella velocissima accelerazione, nell’addensamento convulso, i limiti del gestualismo più drammatico e meno razionalmente dominato (quasi […] – una sorta di computer impazzito -) .

L’analisi sul campo avviene “a freddo”, in un congelamento di emozione che si cristallizza in “oggetto”. […]

Non si tratta, dunque, di un tipo di “riflessione sui mezzi della pittura”, secondo una delle molte ipotesi di operazione attuale “sulla pittura”.

Nanni rifiuta, infatti, ogni possibilità di autonomia assoluta dell’opera. L’artista, uomo del suo tempo (quindi, per eccellenza, homo politicus), non può sottrarsi alle sollecitazioni che lo coinvolgono, e l’opera si dà, necessariamente, non come “oggetto a sé” […], ma soltanto come discorso, ripeto, sul soggetto produttivo.

Di qui l’uso di una tecnica non esplicitamente pittorica (il segno-colore è ottenuto con un procedimento essenzialmente grafico […]).

C’è poi da notare che il “campo” rappresentato dal quadro non si dà mai come organismo chiuso, ma, secondo la maniera dinamica, caratteristica di Nanni, si sdoppia, si apre, mentre il segno si riversa da un settore all’altro, ribalta e sovrappone i suoi intricatissimi percorsi geometrici, si sventaglia, ritmicamente, come un nuovo velocissimo Nu descendant l’escalier, dove la discesa ordinata, automatica, ritmica, di Duchamp, si è fatta corsa sfrenata, quasi precipizio. […]

Dalla presentazione della mostra personale alla Sala Comunale d’Arte Contemporanea, Alessandria, marzo 1974.

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