Antologia critica di Mostre personali - Mario Nanni - Ragione Eclettica

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Antologia critica di Mostre personali

Giuseppe Marchiori

[…] L’assunto più evidente dell’artista riguarda la “misura” della composizione. C’è il rigore dei piani bianchi e neri nello spazio: c’è uno schema, che non può essere casuale, in cui questi piani si dispongono, trasformandosi in luci, ombre, mezzetinte. In questo senso la pittura di Nanni, che ha tanti spunti “
moderni”, è antica. E non c’è, forse, contraddizione nei termini stilistici, negli elementi che la compongono, grafici e pittorici. L’unità della concezione è impostata su una ristretta scala di grigi e di neri, morbidamente modulati. Nanni rifiuta i facili effetti ottenuti con accentuati contrasti di luci e di ombre. Il suo gioco è più nascosto, è in profondità, sulla trama di finissimi accordi in sordina, che animano una superficie, in apparenza, piana.

Non si può parlare di uno sfondo, perché i piani contrapposti sono essi stessi forme nell’unità di una struttura, molto spesso simile a una lastra di marmo o alle stratificazioni di una roccia. Ogni confronto porta alla solidità e alla austerità dell’immagine pittorica, che lascia poco margine alla fantasia.

Tutto è concluso e tutto è spiegato nell’arte di Nanni, che sembra temere il vuoto, le zone morte, inespressive o incompiute.

La ricerca materia non lo interessa. Nanni adotta invece dei mezzi pittorici, che si dicono moderni per ragioni di data; li domina o li delimita, perché il suo ritmo è lento, come se il pittore esitasse di fronte al gesto avventuroso, che alle volte decide e conclude.

Manca il senso dell’avventura, ma c’è la consapevolezza, c’è la lucida attenzione al blocco dell’organismo formale. Un vero blocco, sul quale sono grafiti i segni che descrivono i bizzarri fantasmi, talora ossessivi, del silenzio e della solitudine?

L’opera di Nanni acquista queste due dimensioni, le inserisce nei grigi e nei neri della pittura acre e desolata.

C’è una sorta di disperazione, che non si arresta al limite di un orizzonte, che spazia incontrastata sulla superficie in cui si specchia. In qualche quadro, la disposizione dei piani ricorda alla lontana le composizioni di Licini (lo ha avvertito lo stesso Nanni) ma l’accostamento non va oltre un rapporto di colore, un tracciato di linee. Licini creava lo spazio per le proprie meditazioni o evasioni, per le celesti avventure. Qui non c’è, nelle scabre pitture, né cielo né terra. Non ci sono i pianeti ironici e le costellazioni angeliche.

Dentro la tetra prigione degli elementi, il lirico inganno della contemplazione cede il posto allo scavo e all’analisi, alla ricerca metodica della stabilità e della consistenza. In questa sua fase, la pittura di Nanni è rivolta al di dentro, quasi per una segreta crescita organica, che racchiude in se stessa le ragioni del proprio futuro sviluppo.

Dalla presentazione della mostra personale alla Galleria La Loggia, Bologna, febbraio 1962.



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