Antologia critica di Mostre personali - Mario Nanni - Ragione Eclettica

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Antologia critica di Mostre personali

Germano Beringheli

[…] Le mappe più recenti – articolate tra invenzione (da invenire) ipotetica di coinvolgimento ambientale e unificazione delle interazioni dei processi configurativi – appartengono, a mio parere, o sono ad esso comunque collegabili, al più rigoroso comportamento creativo che ha per fine la informazione desumibile dalla somma degli elementi combinatori il messaggio.

Che, nell’opera di Nanni, obbedisce almeno a due fondamentali leggi ordinatrici: quella di composizione formale vera e propria fondante un principio ideativi unitario (modulo, struttura, spazio agibile o vivibile) e quella dei “nodi” di ricezione di trasmissione visivo-concettuale immessa all’interno del tessuto compositivo come tramite dialettico che lega i processi e i condizionamenti culturali recepiti dalla processualità del vivere e del vissuto (ovvero del percepito analizzato). Il quale, anche nelle opere sue meno recenti, non ha mai avuto una funzione emblematica o simbolica ma è, semmai, appartenuto al principio direttivo della espressività di quella matrice artistica per la quale il “segno” articola nel “campo” un suo chiaro significato che, non annotato, andrebbe altrimenti perduto.

Nei limiti di tali giustificazioni e in un rapporto di correlazione reciproca Nanni pone pertanto una specificità segnica indicativa della appropriazione estensione dello spazio e lo fa attraverso più immagini (proprie della “langue” del progettare) il cui compito è appunto quello di esplorare (anche nel senso topografico) lo spazio col fine di rigenerare i “semi” di fondo, ovvero di recuperare all’ottica della linearità di fondo, le funzioni arbitrariamente codificate, i repertori ripetitivi,
le schematizzazioni di convenienza.

L’originalità del lavoro di Nanni sta dunque nell’aver assunto, con uno scatto molto personale e chiarificante, un linguaggio “altro” – quello, nel caso, più tipico della percezione visiva e costruttiva agente a livello di esperienza più propriamente estetica, maturata nell’ambito della pura visualità ed estratta, attraverso la percezione, dalle concretezze della rappresentazione – e nell’averlo trasferito in una dimensione fluente di sequenze che costituiscono il tentativo permanente di definizione e di modificazione della definizione. […]

Le specificità strutturali appaiono così leggibili tanto sul piano di una obiettività concreta (anche in senso di politica culturale) come sul fronte di una creatività il cui valore di qualificazione resta quello estetico.

Dalla presentazione della mostra personale alle Gallerie Arte Centro, Milano, febbraio 1976 e Unimedia, Genova, 1977.

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