Antologia critica di Mostre personali - Mario Nanni - Ragione Eclettica

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Antologia critica di Mostre personali

Flaminio Gualdoni

[…] Doppiato il capo dei settant’anni anagrafici, celebrate le nozze d’oro con la Signora Pittura, Nanni ha ritenuto doveroso non celebrare il proprio passato artistico, che pure ha dato all’arte italiana talune esperienze di primarissima importanza, ma nuovamente interrogarlo, con acribia critica infaticabile: verificandone la tenuta concettuale e operativa, scavandone i margini ulteriori di svolgimento[…].

[…] Le machinae, pittoriche o meccaniche, che prendono a nascere alla metà degli anni Sessanta, e che hanno il proprio culmine in
I giochi del malessere, 1968, realizzata all’Apollinaire di Milano e in “Al di là della pittura” a San Benedetto del Tronto, oltre che nell’installazione ad Amore mio a Montepulciano, 1970, segnano il punto di più radicale scavo nel codice spaziale dell’arte.

Questi “ingranaggi dell’immaginario” (così
Achille Bonito Oliva) non sono una messa in mora definitiva, tanto meno un rifiuto, della spaziosità convenzionale del pittorico. L’ipotesi di spazio estetico di Nanni, la sua “arte di palcoscenico (azione, gioco, evento)”, come intuisce Tommaso Trini, beninteso con tutto il retaggio metafisico che ciò comporta per un artista europeo, mira piuttosto a farsi punto stesso di crisi autoriflessiva e di contraddizione della confidenza corrente nella rappresentatività dello spazio pittorico, e insieme nella fisicità tout court di quello ambientale.

Eredi dell’ambiente futurista, e dello strepitoso sogno Merz di Schwitters, queste operazioni sono l’interrogazione estrema che Nanni rivolge alla logica stessa del vedere/far segno referente, e cotruttivo, e autosignificante. […]

In fondo, le
Stratificazioni dei primi anni Ottanta, presentate alla Biennale veneziana del 1984, non sono che il ripensamento “dolce” di quelle macchine celibi. In quei totem macerati di pittura, sorte di mappe d’una geografia senza orizzonte, le freddezza analitica di Nanni sa di potersi consentire una più marcata incursione nei terreni riconoscibili del pittorico. Sono, scrive Giovanni Accame, “pittura solidificata al punto da farsi struttura tridimensionale”: e ancora palcoscenico, verrebbe da aggiungere: e sintetica provocazione disciplinare alle nozioni tradizionalmente chiarite di pittorico, scultoreo, ambientale […].

Eccoci, così, agli ultimi anni. Nanni, ancora, riflette sulla possibilità d’una generazione e d’un ordinamento dell’immagine pittorica il cui totale avvertimento e la cui compiuta consapevolezza consenta il dispiegarsi di segni totalmente liberi e autentici, irrelati nel loro avvenire e nel loro del tutto autonomo aggregarsi e disporsi. […]

Eccolo, dunque, aggredire con la consueta fredda lucidità analitica il ricettacolo stesso della confidenza rappresentativa, la superficie pittorica che noi consideriamo neutra per definizione, e per contratto inoggettiva: supporto e luogo proprio, e non solo tecnico, dell’immagine. Nanni rinuncia dunque alla tela, alla tavola, e adotta fogli di materiale plastico, crudi e stranianti perché il nostro approccio di lettura non può esorcizzarne la fisicità, l’oggettività, la concretezza (come invece accade alle per altri versi affini lastre di rame di Robert Ryman, riestetizzate dalla lettura pittorica), e insieme è costretto a subirne la materialità adespota, senza storia, la congelata inamenità e anesteticità pop. Su tali fogli egli lascia correre una pittura fatta tutta di gesti, di movenze corsive e improgettate, e ancora di materie che pulsano della propria stessa vocazione genetica. Sono, questi, accadimenti pittorici, frutti d’un veloce ma sorvegliato flusso affettivo: essi, però, non si incorporano – né sarebbe possibile – nello spazio rappresentativo, non lo metabolizzano, non se ne fanno condizione e misura: vi s’aggrappano, semmai, in una sorta di galleggiamento percettivo, di contraddizione spaziale che li fa permanere nella condizione di stallo tra fisicità e organicità propria – di materia/colore concreta – e fisicità e organicità della nostra aspettativa di immagine pittorica.[…]

Dalla presentazione della mostra personale Mario Nanni. Pitture alla Galleria d'Arte Maggiore, Bologna, 1994.

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