Una vita ad "Arte" - di Monica Miretti - Mario Nanni - Ragione Eclettica

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Una vita ad "Arte" - di Monica Miretti

Mario Nanni nasce a Castellina in Chianti (SI) nel 1922. Trasferitosi a Monzuno (BO), sull’appennino emiliano, vi rimane  fino al 1932 quando con la famiglia si sposta a Grosseto, patria della sua prima formazione , dove risiede fino al 1940. Questo duplice imprinting tosco-emiliano è forse all’origine di quella sorta di duplice afflato – un’anima razionale di matrice toscana ed un’anima più  terragna di matrice emiliana – che la critica ha poi colto all’interno del suo percorso creativo. Un percorso segnato da un’originaria, breve esperienza realista (.. movimento "Corrente"..  citazione di Enrico Crispolti nel catalogo Mostra "Arte in Maremma nella primo metà del Novecento" 2005), superata alla metà degli anni Cinquanta da un’immediata, profonda adesione all’informale.
Tra gli importanti appuntamenti espositivi di questi anni ricordiamo la partecipazione alla mostra "14+2" a Bologna e la personale allestita al Salone Annunciata di Milano nel 1960. Ma siamo già ad un decisivo turning point, al superamento della fase più propriamente informale del suo lavoro come sottolineava M. Calvesi: «Non si tratta tuttavia […] di una figuratività quanto di un problema di "figurabilità" dello stesso nucleo informale, cioè in sostanza di una nuova possibilità d’oggettivazione, nell’ambito stesso di quella esperienza, o meglio, d’oggettivizzazione di una possibilità […] Da una materia ristagnante nel suo stesso processo di formazione organica, Nanni s’è spinto ad una tessitura di materia generante, che trova la sua dinamicità […] nel suo rapporto di possibilità, di "figurabilità con l’immagine […]».

Le  forme emergenti nel lavoro dell’artista alle quali allude Calvesi lasciano però ben presto spazio a qualcosa di nuovo. Precisa R. Barilli  nel 1965: «Mario Nanni è un artista che certamente crede nel mondo […] è un pittore della realtà […] tuttavia abbiamo assistito  al definirsi di due possibili modi di rapportarsi al reale […] un essere nelle cose, o ancor meglio, nella loro pasta indistinta, e si trattò dell’Informale. Quindi si iniziò a sperimentare un rapporto a distanza, un "vedere" le cose […] Finestra sulle cose  è il titolo pressoché emblematico  di uno di questi dipinti; i quali dunque vogliono fornirci come uno spettacolo dentro lo spettacolo, uno spettacolo elevato alla seconda potenza».
Ed è alla tecnologia contemporanea che Nanni incomincia a rivolgere la sua attenzione, come appare chiaramente  in lavori  quali Macchina (1962) e Meccanismo (1962/’63), partecipando nel ’63 in Spagna alla mostra curata da F. Arcangeli Giovani pittori italiani e poi a  Nuove prospettive della pittura italiana tenutasi a Palazzo Re Enzo (Bologna).

Le "cose" di Nanni non sono solo quelle che appaiono sulle sue  tele bensì anche quelle che, nella seconda metà del decennio, si materializzano in sculture di ampie dimensioni fortemente articolate e articolabili,  pensate per invadere lo spazio e per farsi invadere poiché sempre dotate di parti mobili che è possibile toccare e spostare, contribuendo al definirsi di una forma in divenire. «Né può inferirsi – sottolineava A. Emiliani nel ’67 – da queste opere una relazione con il mondo funzionale […] del disegno industriale; poiché qui nulla appartiene al calcolo rapportato fra estetica  e funzione che […] resta alla base di un’idea di ‘applicazione’ industriale». Anzi, come afferma G.M. Accame  nel 1967 «la loro falsa sacralità umiliata nell’impotenza di fermarsi in una positura stabile, l’iterazione metodica di unità elementari, lo spazio giuocato tramite la mobilità delle strutture, il ribaltamento dei piani, la fessurazione delle superfici, manterranno queste costruzioni nei limiti fissati. Saranno cioè oggetti controllabili fatti per una verifica di rapporti». E ribadisce C. Cerritelli (2000): «Mario Nanni […] ha concepito lo spazio come dialettica di opposte relazioni, rapporto sempre mutevole tra l’esigenza di definizione strutturale delle forme e trasgressione della loro immagine statica. Questa compresenza di tensioni lo ha portato ad affrontare l’idea di scultura come scena di elementi plastici che spostano continuamente i punti di equilibrio, come un incastro mutevole di figure geometriche sospese tra atmosfere metafisiche e impulsi di natura futurista».

Presentati in Italia e all’estero – VII Biennale internazionale del Mediterraneo ad Alessandria d’Egitto nel 1968 e alla Hayward Gallery di Londra nell’82 in occasione della mostra Arte italiana 1960-1982 – questi lavori aprono al definitivo coinvolgimento di Nanni con lo spazio, che si farà d’ora in poi sempre più totalizzante, come testimonia l’ambiente realizzato a Milano nel ’68 alla Galleria Apollinaire dal titolo I giochi del malessere, sorta di foresta di «anelli metallici di differenti diametri in sospensione nello spazio […] mezzi semplici ma particolarmente efficaci: mai la finalità metamorfica dell’occupazione dello spazio mi è apparsa più evidente – scrive P. Restany nel 1969 – […] Mario Nanni ha raggiunto l’essenziale […] Egli esalta pienamente la funzione ludica dell’arte contemporanea […] la geometria si prende una vacanza per il piacere dei più». Il pubblico che è invitato a muoversi tra le lucide catene che costruiscono l’ambiente di Nanni   subisce, secondo A. Bonito Oliva «una accelerazione sensoriale  in quanto viene coinvolto  oltre che con i sensi del tatto e della vista anche con quello dell’udito» poiché il fine ultimo dell’artista non è «contrapporre una fantasia indiscriminata alle durezze della realtà tecnologica ma competere con questa con un diverso criterio di efficienza», con «macchine adatte ad una diversa produzione: la produzione di un aumento di vitalità».
Si è quindi già pienamente delineata una delle caratteristiche fondanti dell’arte di Nanni, quel gioco degli ossimori che innerva tutto il suo lavoro e che potremmo leggere quale rappresentazione ante litteram della conflittualità contemporanea, in bilico tra la positività del progresso tecnologico e l’ alienazione che ne deriva. Come sottolineava B. Buscaroli (2001), vi è in Nanni «[…] un’oscillazione continua, un’affermazione sempre tentata dalla negazione opposta, una profonda attrazione per una sorta di conciliazione che ancora prima che artistica sembra un’aspirazione umana e poetica, un’idea di unione».
E siamo anche, è bene ricordarlo, significativamente  negli anni di quella  rivolta giovanile simbolo di un disagio che è quello stesso che s’insinua tra le spire della bellezza  aerea e vagamente avveniristica delle liane di anelli e molle con cui Nanni riempie lo spazio. Presentati successivamente nel ’69 a San Benedetto del Tronto nella mostra Al di là della pitturacurata da Gillo Dorfles, Luciano Marucci, Filiberto Menna i  "giochi" di Nanni  lo rendono partecipe delle vicende più interessanti del panorama artistico coevo, come evidenzia anche la scelta di Enrico Crispolti di riprendere le immagini della performance realizzata in quell’occasione nella copertina del catalogo della Biennale di Venezia del 1976. In seguito, l’artista presenta la sua istallazione nel 1982 a Lecco in 30 anni d’arte italiana 1950:1980 e nel 1984 a Perugia, alla rocca Paolina, in occasione di Attraversamenti: linee della nuova arte contemporanea in Italia, curata da Maurizio Calvesi e Marisa Vescovo.

Nel 1970 Nanni è presente a Gennaio 70, rassegna allestita al Museo Civico di Bologna a cura di Renato Barilli, Maurizio Calvesi e Tommaso Trini, dove propone una nuova installazione costituita da grandi nastri metallici appoggiati trasversalmente su un pavimento di alluminio:  anche in questo caso l’intervento del pubblico che vi cammina sopra lasciando le proprie impronte e smuove i nastri segnando ulteriormente la base d’alluminio contribuisce al continuo divenire dell’opera.
Il fluire spazio-temporale che pervade questi lavori, unito all’interesse per la sperimentazione – vero  e proprio leit motiv del fare dell’artista – trova espressione anche nell’ambiente realizzato in occasione della mostra Amore mio curata da Achille Bonito Oliva a Montepulciano nel ‘70. L’invasione/appropriazione dello spazio assume qui, con le Geografie dell’attenzione, nuove dinamiche attraverso l’uso straniante della mappa topografica. «Le mappe di Nanni – come precisa V. Dehò (2002) –  così tempestive nell’apparire  nel 1970  poco prima di quelle di Boetti, spostano il problema verso una modernità in cui il paesaggio esiste e viene attraversato perché misurabile e rappresentabile in modo ortogonale e perpendicolare. […] La contemplazione non è più dentro il territorio, ma davanti alla sua rappresentazione. La distanza con la Natura diventa definitiva, esaltando la conoscenza e il controllo, ma le mappe evocano anche la perdita di sé nel labirinto della proliferazione semiotica». Non più indicatori di percorsi certi, le mappe di Nanni trasformano la certezza in ambiguità, non portano su vie sicure e approdi definiti ma nell’universo del  possibile tanto che, come afferma G. Celli (1972),  «proprio nel senso di una mutata percezione del reale, dovuta alla modificazione tecnologica del rapporto visivo uomo-mondo, l’operazione pittorica di Nanni può essere considerata una radicalizzazione sistematica dell’estetica della velocità dei futuristi». Secondo F. Caroli (1973): «La potenza di suggestione fantastica della carta geografica è formidabile; schema di realtà, permette libertà, velocità e profondità infinite […] Nanni non ha voluto più che servirsi di un potente mezzo di suggestione, quasi di un catalizzatore di potenziali emozioni».  La serie è in seguito presentata a Ferrara a Palazzo dei Diamanti nel 1973 e alla Rotonda della Besana a Milano nel 1979 (Testuale a cura di Luciano Caramel e Flavio Caroli).

Il successivo intervento di Nanni avviene nel totale azzeramento delle brillanti cromie delle Geografie dell’attenzione, eppure sempre di una sorte di mappa si tratta, tracciata ora con lo snodarsi isterico, aggrovigliato, mordente di una sottile grafia nera nella serie  intitolata Mitico computer, presentata nel 1974 alla Galleria d’Arte Moderna di Alessandria e nel ’78 alla GAM di Bologna in occasione della mostra Metafisica del quotidiano nella sezione intitolata Segno-Labirinto a cura di Marisa Vescovo, la quale già nel ’76 aveva scritto: «Nanni sente la necessità […] di proporre  legittimamente una sua "emozione fredda", che passando dal regno delle idee a quello del segno, all’interno del dualismo tra pulsione organica – quindi irrazionale – e pensiero razionale, si dà come una terza e autonoma categoria espressiva».  
Siamo però  già alle soglie di una nuova sfida. Alla fine degli anni ’70  infatti i segni grafici di Nanni si trasformano nelle Segmentazioni(‘78/’79) «ricondotti  a valenze di sottile, sensibilissima materia pittorica» in una sorta di  «‘concentrazione dispersa’, che cioè non ha centro, punti certi di riferimento» (C. Spadoni) dispiegandosi su tavole  lignee che continuano a porsi in dialettica con lo spazio, spazio che è ancora una volta il "contenitore" delle successive Stratificazioni con cui è invitato con una sala personale alla Biennale dell’84 e che sono successivamente presentate nell’antologica curata da F. Caroli alla GAM di Bologna nell’85. Ancora una volta ritroviamo nel lavoro dell’artista la conflittualità come forza motrice nella voluta contrapposizione tra una struttura geometricamente perfetta – svettanti pilastri avvolti da una pittura rarefatta ed aerea, quasi un cielo primaverile – e un nucleo  magmatico dominato da incrostazioni  rosse e nere da cui affiorano i resti di un possibile universo tecnologico post-atomico.

Frattanto, nell’83, Nanni partecipa con opere informali e post-informali a L’Informale in Italia, mostra che si tiene alla GAM di Bologna, curata da R. Barilli e F. Solmi nella sezione "Storica" e da R. Daolio nella sezione "Sviluppo dell’Informale".
Ora la pittura riemerge prepotentemente nel lavoro dell’artista e il gesto si fa di nuovo predominante. La ripresa della prima esperienza informale si attua nel segno di una rimeditazione in cui il gesto pittorico, alleggerito della materia di un tempo, aggalla su superfici inesistenti – poiché realizzate in plexiglas trasparente – e si riflette su fondi fatti di specchi. La dialettica con lo spazio è quindi ancora  fortemente presente, ma ora esso penetra stabilmente nell’opera e da qui ingloba nell’evento artistico il pubblico, che vi  entra in effigie modificando con la sua presenza questa sorta di "ambienti" appesi alla parete.
Numerosi gli interventi espositivi:  Generazioni anni Venti di G. Di Genova (Rieti 1981), Quadriennale d’Arte (Roma 1986), Rivivi la tua città  a cura di G. Bonomi (Perugia 1987), Aspetti dell’arte italiana dopo l’informale (Imola -Bologna- 1988)  a cura di C. Spadoni. Seguono le antologiche curate da C. Cerritelli alla Pinacoteca Civica di Pieve di Cento (Bologna) nel 1991; da W. Guadagnini alla Pinacoteca Civica di Modena (1994); da S. Pegoraro alla Loggetta Lombardesca (Ravenna 1997) e alla Rocca dei Bentivoglio di Bazzano (Bologna) nel 1997.
Nel 1997 è invitato alla Triennale di Bologna Linee della ricerca artistica, 1965-1995, curata da R. Pasini e partecipa alla mostra Universarte a cura di V. Coen e V. Dehò,  presso il complesso monumentale di San Giovanni in Monte (Bologna).
Nel 1998 è presente alla rassegna Paesaggio del non luogo, curata da N. Micieli e allestita presso le Logge di Palazzo Pretorio a Volterra.
Nel 1999  prende parte alla mostra allestita presso l’Aula Magna  di Santa Lucia (Bologna) Sei pale d’altare a cura di V. Coen.

Il 25 aprile 2000 riceve il Premio Internazionale G.Marconi per la pittura e crea una scultura documentata in catalogo da C. Cerritelli. In maggio realizza una scultura di ampie dimensioni per la Fondazione Martani di Ca’ la Ghironda (Bologna): l’evento è documentato in un volume (Advento ed.) che raccoglie testimonianze fotografiche della realizzazione dell’opera e testi critici di C. Cerritelli e L. Miretti. In seguito è invitato alla Triennale di Bologna Questione di segni. Pittura scultura architettura (Bologna, dicembre 2000-gennaio2001) curata da M. Miretti.
Nel 2001 pubblica il libro "Segni della Memoria - Monzuno, figure e paesaggi" edito da Adventis, composto da disegni inediti del periodo 1940-1944.
Nel 2003 partecipa ad Arte in Italia negli anni ’70. Arte ambiente (1974-1977) che si tiene ad Erice (Palermo) a cura di L. Caramel e a Signori si parte! Appunti di viaggio, memorie e ricordi curata da V. Coen a Trento.
Nel 2004 è presente a L’incanto della pittura, percorsi dell’arte italiana del secondo dopoguerra a cura di C. Cerritelli che si tiene a Mantova  alla Casa del Mantegna.
L’avvento del nuovo millennio trova Nanni impegnato in una  nuova riflessione sullo spazio (attraverso l’uso di un materiale che da sempre l’affascina, la mappa topografica) che si concretizza in una  nuova serie di opere dal titolo I giochi della metamorfosi, presentata alla Galleria Maggiore di Bologna nel 2004 a cura di V. Coen che scrive: «Quello che definirei, seppure con qualche audacia, il paesaggio  di Nanni, appare assillato da una frenesia del movimento, di rottura e di capovolgimento e, formalmente, anche di ibridazione di categorie. Il dinamismo fa soccombere qualsiasi tentativo di letture puntualmente analitiche». Entro topografie ri-tracciate da una pittura densa e cromaticamente accattivante Nanni crea ulteriori traiettorie di senso servendosi di indicatori semiotici che solo uno sguardo attento e investigativo può mettere a fuoco. Questa griglia semantica  fonde rimandi diversi e a volte antitetici, echi della tecnologia e dell’antropologia, della contemporaneità  ma anche della storia, inserendoli entro una voluttà cromatica che si articola nei ghirigori volubili di un segno giocoso, irriverente e dinamico.  

Frattanto, sempre nel 2004, l’artista ottiene il II premio ex equo al XXXI° Premio Sulmona.
Nel 2005  partecipa alla mostra  curata da E. Crispolti a Grosseto L’arte in Maremma nella seconda metà del Novecento.
Il 2006 lo vede presente a Voi (non) siete qui, mostra curata da O. Calabrese (Bergamo); al Premio Michetti - Laboratorio italiano curato da Ph. Daverio  (Francavilla al mare) e al 45° premio Suzzara Il futuro della tradizione maestri della pittura italiana a cura di B. Bandini - C. Cerritelli - L. Sansone di cui è vincitore.
Nel 2007 gli viene allestita una sala-omaggio alla LII Mostra Nazionale d’Arte Contemporanea di Termoli curata da L. Strozzieri.
Nel 2008 allestisce una mostra personale presso la sala Colonne di EmilBanca (Bologna)  curata da M. Miretti ed è presente con una sala personale alla mostra Not so private. Gallerie e storie dell’arte a Bologna presso Villa delle Rose (Bologna).
Tra dicembre 2008 e gennaio 2009 è presente alla Fondazione Carisbo di Bologna con una esposizione che ne ripercorre i momenti salienti fino agli esiti più recenti intitolata Concatenamenti, a cura di B. Buscaroli, la quale sottolinea in catalogo: «Superfici e densità, realtà e gioco, natura e astrazione, pittura e scultura: cercare Mario Nanni vuol dire procedere per coppie, contrasti, e antinomie». E più oltre: «L’artista è riuscito a tendere le corde del contrasto sottoponendolo al suo controllo severo, e quindi sa passare dall’informale al futurismo alla metafisica, sa assoggettare la tirannia della tecnologia all’umana tensione verso un’agognata collisione dei sensi e delle cose, delle antinomie e degli accordi».

Nella primavera 2011 la Galleria d’Arte Maggiore di Bologna presenta una personale sull’ultima produzione dell’artista incentrata sul tema delle mappe nei giochi della metamorfosi: «una profonda metariflessione di Nanni sul suo lavoro […] un nuovo modo di essere coerente al rapporto socio-culturale col mondo […] con i suoi nuovi miti fatti di valori ‘volatili’, instabili, in perenne trasformazione. A ciò sembrano alludere le ‘sinapsi’ dei suoi recenti lavori […] quasi ‘tatuaggi’ d’artista, come decori incisi sulla pelle di un’arte edonista in cui ogni via è degna di essere percorsa, la cromia si fa vitalità e la ripetizione cifra estetica»  (Monica Miretti 2010 ).

Nell’estate 2012, in concomitanza con la mostra collettiva Il paesaggio nel tempo. Il territorio nell’arte di Mario Nanni, Nino Bertocchi e Ilario Rossi che il Comune di Monzuno (Bologna) dedica ai tre artisti legati al suo territorio, viene allestita una sala-omaggio dedicata a Mario Nanni – la cui biografia è significativamente intrecciata con le vicende di Monzuno nel secondo dopoguerra – con opere che ne ripercorrono l’iter artistico e permettono anche di conoscere progetti finora inediti, come quello dedicato a Monte Sole.
 
Molti dunque sono i "fili" che possiamo cogliere nell’ampio percorso creativo di Mario Nanni, snodatosi lungo  un arco cronologico tra i più intensi della storia contemporanea, caratterizzato da un’accelerazione temporale senza precedenti e da trasformazioni sempre più veloci. In quest’ottica è facile comprendere il gusto per la ricerca e la sperimentazione che da sempre rappresentano l’elemento fondante e distintivo del lavoro di Nanni, emblema anche della sua capacità di guardare ‘oltre’ e del coraggio di  mettersi ogni volta in gioco. «In un’attualità che ha fatto del cambiamento la propria parola d’ordine è allora possibile cogliere nella "sperimentabilità" scelta da Nanni un  grande punto di forza e un segno distintivo della sua arte, oltre che la percezione ante litteram del processo storico che stiamo vivendo» (Monica Miretti 2007 ).

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