Antologia critica di Mostre personali - Mario Nanni - Ragione Eclettica

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Antologia critica di Mostre personali

Achille Bonito Oliva

[…] Mario Nanni ha rivendicato per sé uno spazio concreto e attraverso una decisa violenza lo ha abitato con i suoi ingranaggi dell’immaginario.

Con un procedimento assoluto di ribaltamento ha radicato al suolo un elenco tangibile di spezzi della fantasia: il trono, una foresta di
anelli sonanti, sponde circolari da colpire con effimeri di fuoco d’artificio, punte crudeli da infilare in tronchi bucati, superfici specchianti da sollevare, spirali in cui entrare. Il tutto adatto a riproporre uno spazio a picco nelle zone dell’infanzia. Stabilito che l’artista non cerca più alcuna giustificazione dalla realtà, Nanni non ha adottato il procedimento morbido della regressione, ma ha fatto violenza al presente introducendovi di peso le sue costruzioni. […]

Nanni dunque capovolge assolutamente i criteri industriali, che costruiscono oggetti tendenti ad agevolare il benessere dell’individuo.[…] Qui l’individuo è costretto a rimanere nella propria inquietudine e a riconoscerne nel disagio la sua vitalità. Un disagio continuo che gli deriva dalla minaccia dell’oggetto, che sotto il pesante evoluto anonimato della costruzione realizza la propria intenzionalità: segnare di
malessere l’attitudine borghese al divertimento. Infatti il visitatore intercettato dalla evidenza splendente del nuovo spazio, si cala nel percorso estetico disseminato ancora da altri ingranaggi. Così egli entra nella verticale di cerchi concentrici che mossi danno una intermittenza visiva dell’esterno ed una accelerazione di spazio interno. Una verticale quasi propedeutica per il conseguimento del percorso.

Ma la macchina non ha un innesto automatico e produce movimento soltanto attraverso la sollecitazione attiva del visitatore. Questi resta ancora deluso nella propria aspettativa, abituato ad esistere in uno stato di passività e di condizionamento. Qui è necessaria una animazione preventiva del corpo umano, che a sua volta produce una attivazione dell’oggetto-immobile.

E la verticale non produce un diverso tempo psicologico, in quanto si rifiuta come macchina per la regressione. Attraverso l’elementarità del funzionamento (la necessità di un intervento manuale), Nanni intende proporre uno spazio adatto a produrre una liberazione delle cariche fantastiche dell’individuo, che giacciono stratificate nel suo apparato interno.

Così il trono e la verticale si propongono non come oggetti di consumo, ma come stimoli di disinnescamento della vitalità individuale.

Perché l’individuo, che si tuffa nella foresta composta di anelli di acciaio inossidabile, non subisce un raffreddamento dal materiale ma una accelerazione sensoriale in quanto viene coinvolto oltre che con i sensi del tatto e della vista anche con quello dell’udito. […] Nanni infatti non intende assolutamente contrapporre una fantasia alle durezze della realtà tecnologica ma competere con questa con un diverso criterio di efficienza. […]

Minacciato continuamente dalla violenza costruita ed intenzionale dello spazio estetico, [lo spettatore] prova a recuperare un’immagine di sé attraverso le piastre-specchio che giacciono inanimate sul pavimento. Ma lo specchio si sottrae alla duplicazione, per il peso che bisogna sollevare per portarlo all’altezza del proprio viso così la distorsione del narciso viene frustrata ed il gesto della vanità diventa lavoro. Ed anche i cerchi raggruppati fra loro danno un suono violento. Dunque lo spazio estetico non facilita la fuga all’indietro, anzi ingabbia la memoria in un presente concreto, che vuole produrre una memoria al futuro per lasciare nello spettatore i segni di una animazione permanente.

E questo si ottiene cercando di innestare la propria fantasia nel mondo. Una fantasia che ormai non può occupare la zona morta della sublimazione ma deve opporre alla violenza del reale la contro-violenza dell’immaginario.

Dal libro-oggetto I giochi del malessere, Edizione Apollinaire, Milano, 1969.

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